Stamattina ho fatto due passi da casa mia fino alla passerella sulla Sarca. La vista della nuova sistemazione data a quella che in passato era “la pineta” mi ha prodotto una stretta al cuore, un magone. Come se gran parte della mia vita, e quella di tante persone del mio tempo, se ne fosse andata, cancellata da un colpo di spugna. Sono vissuto e ho vissuto quell’angolo di paradiso da quando arrivai a Pinzolo. Vi ho giocato a calcio nel piccolo campetto e, più tardi, in quello più grande; nel tempo libero vi ho portato i miei figli, dove sono “venuti grandi”, a rincorrersi tra gli alberi, ad ascoltare la “musica” della Sarca, a respirare l’aria profumata dai pini, dai larici e dagli abeti, a raccogliere spugnole, funghi della saetta e del sangue, mazze di tamburo, coprini, fragole e more nelle diverse stagioni, e, con le prime piogge autunnali, le noci cadute dalle numerose piante situate al limitare di una vera e propria selva. Vi ho accompagnato i miei nipoti a divertirsi nel parco giochi attrezzato con cura e rispetto dell’ambiente nelle piccole radure tra gli alberi.


Ora si è voluto trasformare in un giardino di città, quella che era stata “ab immemorabili” un’area di resinose piene di aromi e di frescura, una “paghèra,” come troviamo scritto nelle vecchie pergamene custodite nell’archivio del comune di Pinzolo, una fascia che correva in fregio alla Sarca, sulla sinistra orografica a partire da Carisolo, un’area caratteristica, originale, peculiare della località. Il toponimo, tuttora vivo, viene dal latino “picaria” e indicava una zona di “pécci”, di aghifoglie con resina, che si erano insediati di qua del fiume perché sul lato opposto, tutto sassi, canaloni e frane come documentano antiche cartoline, per loro era stato impossibile attecchire e resistere alle intemperie. Percorrendo le sponde della Sarca si possono cogliere ancora oggi i diversi passaggi, i processi di trasformazione del suolo: dalla golena coperta di ginepri a creare il primo humus, all’arrivo del pino, e poi a quello del larice e dell’abete, che, prepotente, pian piano ha fatto scomparire le altre specie. Così si era formata un’area speciale, tipica, che caratterizzava anche l’offerta turistica di un ambiente di montagna. La si è voluta distruggere per far posto, per “costruire” in maniera artefatta, un giardino di città, con piante di latifoglie, zone a prato, a parco giochi e quant’altro pensando di andare incontro alle esigenze e ai gusti della clientela. Si è voluto portare la città in un paese di montagna, snaturandolo, senza pensare che chi va in montagna pensa di trovarvi qualcosa di diverso dal luogo dove vive il resto dell’anno. I lavori, costati anche qualche euro, sono frutto di scelte amministrative decise da persone scelte dai cittadini, quindi più che legittimi. Speriamo diano i risultati sperati. Di sicuro cancellano un pezzo di storia di Pinzolo, ed è un peccato. Secondo me se fossero stati fatti dalla passerella della Sarca in su fino al ponte di San Rocco avrebbero avuto più senso, avrebbero potuto valorizzare e rendere fruibile alla comunità una zona oggi semi abbandonata a se stessa, salvando un “unicum” come quello appena scomparso: il tutto senza recitare il De profundis alla “pineta”.
